Visualizzazione post con etichetta miei racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta miei racconti. Mostra tutti i post

sabato 25 novembre 2017

A tutte le donne maltrattate


A tutte le donne che giorno dopo giorno subiscono violenza dai loro mariti, compagni, fidanzati o dai loro ex. 

Le donne maltrattate non esistono soltanto il 25 novembre, loro piangono e soffrono in silenzio tutti i giorni. 

Si parla tanto di loro in questi giorni celebrativi, ma poi finita la giornata cala il solito velo di silenzio sulle loro vite. 
Ma loro esistono e chiedono aiuto sempre, cominciamo a cambiare il linguaggio soprattutto giornalistico, non trasformiamo le loro vite in talk show. 

Aiutiamole in sinergia tra centri anti-violenza, forze di polizia e  assistenti sociali.
Aiutiamole tutti i giorni ognuno di noi per le proprie possibilità.
Aiutiamole ad uscire dalla spirale della violenza, affinché anche loro possano tornare a sorridere.





Lividi e Lacrime
di
 Ferlisi Maria Lucia


Non so da quante ore sono rannicchiata per terra. Mi alzo lentamente e mi avvio verso il bagno.
Le gambe sono indolenzite e sul fianco sento una stilettata, come se un pugnale mi avesse colpito.
Mi avvio verso il bagno e mi specchio, l’immagine riflessa è pietosa, il viso e letteralmente disfatto.
Somiglio a una maschera di clown, le lacrime hanno fatto scempio del trucco, il mascara è colato, ma non doveva essere waterproof?
Le solite bugie della pubblicità, di sicuro cambio marca! Forse è meglio che faccia un bagno rilassante, magari con un olio essenziale, apro il rubinetto e lascio riempire la vasca d’acqua calda in cui verso gocce di lavanda, subito si sprigiona un delicato profumo che mi rincuora. Lentamente mi spoglio lasciando cadere gli indumenti per terra, e m’immergo nell’acqua.
Comincio a sentirmi meglio.
Immergo la testa sotto l’acqua, trattengo il respiro e conto un due, tre…dodici, tredici…quanti secondi occorrono per sentire l’acqua che ti entra dentro i polmoni, quanti minuti occorrono per morire annegata. Non lo voglio sapere, non questa sera.
Si sono uno straccio, ma la vita ha ancora un valore per me. Scaccio questo pensiero triste e con la mente cerco di ripercorrere i momenti in cui ho conosciuto mio marito.
Era il 18 marzo festa del patrono, grande sagra in paese con vendita di frittelle, banchi di caramelle, e le immancabili giostre. Con la mia amica siamo sull’autoscontro, lui era lì, mi aveva colpito subito, i capelli neri sparati all’insù, pieni di gel, gli occhi castani, la barba incolta, la sigaretta tra le labbra.
Aveva un’aria spavalda e sicura di sé, che mi aveva letteralmente travolto. Anche lui mi aveva notato e mi aveva chiesto di uscire con lui la sera stessa. Era arrivato in moto. Dio com’era bello e com’era innamorato.

Passava tutti i giorni a prendermi dalla parrucchiera dove facevo l’apprendista, mi caricava in sella e poi rombando il motore partiva in gran velocità e mi accompagnava a casa.Era dolce. Sì, allora lo era. Lui mi vuole bene. Sono io che sbaglio. So che a lui non piace che io vada a trovare mia madre, potrei evitarlo, invece non rispetto mai i suoi desideri.
Vero, non gli piace che vada a fare la spesa da sola, deve sempre accompagnarmi, che male c’è? Questo è amore.Lui mi ama. Ne sono certa.

Vero, non ho il bancomat, non mi ha mai concesso di averlo, spendo troppo e poi sono distratta magari lo dimentico da qualche parte. Poi non lavoro, quindi i soldi li deve gestire lui. Ha ragione. A volte mi trucco troppo, lui ama il viso acqua e sapone, potrei evitarlo. Poi basta con le minigonne, ho già ventotto anni è ora che copra le gambe.
Non sono una ragazzina.
Ha ragione.
Sono una stupida, sono proprio una stupida, lui lo sa bene.
A volte cedo alla tentazione del trucco e della mini, ma non ho bisogno di questi belletti, sono sposata. Gli uomini non devono guardarmi: io sono di mio marito. Mia madre dice sempre che devo lasciarlo, che non mi fa respirare, che devo vivere la mia vita, vestirmi e truccarmi come voglio.
Lei, non può capire, è una figlia dei fiori, gridava nelle piazze e non si è mai sottomessa a mio padre. Lei non ha mai voluto che lo sposassi, era contraria, anche perché aveva voluto che lasciassi il lavoro e per lei questa era stata una premonizione:
Con lui non sarai mai felice”.

Aveva sentenziato. Lei non conosce l’amore, quello che ti toglie il respiro, che ti fa sentire unica, un corpo e un’anima con il tuo amato.
No, lei non è mai stata amata in maniera così totale ed esclusiva. Mio marito dice che lei è invidiosa della mia felicità, ed è per questo che devo tagliare il cordone ombelicale che mi lega a lei. Fino a quando non lo farò, la nostra vita sarà un inferno.
Ha ragione.
L’acqua della vasca si è raffreddata, pertanto esco e prendo l’accappatoio per asciugarmi. Mi dirigo verso la cucina e mi faccio un caffè, mentre ingoio l’ennesima aspirina.
Guardo l’orologio sono già le cinque, fra un po’ arriva, meglio che mi vesta non ama trovarmi in disordine e la cena deve essere pronta per le sette in punto.
Sono piccole inezie, posso accontentarlo, non è un grande sacrificio, come pensano le mie amiche che amano solo bighellonare nei centri commerciali o spettegolare.
Mio marito dice sempre:
le donne devono stare in casa a fare le pulizie, cucinare e scopare” !
Ha ragione.

Quando mi lascia i lividi, lo fa per me, così mi ricordo di non sbagliare, di non ripetere sempre gli stessi errori. Accidenti con tutti questi pensieri mi è sfuggito l’orario. Adesso la cena non è pronta, spero che mi perdoni, ho ancor i lividi di ieri sul corpo, mi fanno male. La chiave sta girando nella serratura della porta, sono impietrita, so già che mi prenderà a schiaffi.
No, ti prego basta, lo so non lo faccio più”.
Invoco con la mente. Eccolo è entrato. Butta le chiavi sopra il mobile posto all’ingresso e si dirige verso il bagno, neanche una parola. Sento che tira lo sciacquone, e si avvia verso la cucina.
Sto sudando.

Sento già il suo urlo: “Che cazzo hai fatto fino ad ora? Dove sei stata stupida oca giuliva, neanche capace di preparare la cena ad un uomo che lavora tutto il santo giorno sei capace”. Dalle labbra non esce nessun suono, le parole si sono seccate nella gola.
Si avvicina, mi sbatte contro il muro, sento il suo alito contro il mio, una mano è stretta contro la gola e mi sussurra:
Sei solo una povera, stupida, inutile, donna, non vali nemmeno cinque lire”.
Adesso vai in cucina e mi prepari subito qualcosa” e mentre m’intima di farlo mi sferra un calcio che mi fa cadere a terra, si mette a ridere.
Non sei nemmeno capace di stare in piedi”.

Rimani pure lì, vado a mangiare da mia madre, stupida.
Stupida, è vero sono stupida.
Stupida perché ti giustifico sempre, stupida perché ho permesso che mi picchiassi, stupida perché rimango qui.

Basta!

Vado in stanza da letto e preparo velocemente la valigia.

Prendo solo poche cose, non ho nulla da ricordare, niente foto, o souvenir non voglio ricordare nulla.
Da oggi riprendo in mano la mia vita.
Scendo le scale, cantando.
Felice, come quando ero una ragazzina, andrò da mia madre i primi tempi, poi cercherò lavoro come e parrucchiera e andrò a vivere per conto mio…
I sogni di una nuova vita s’interrompono sull’ultima rampa di scale.
Lui è tornato indietro.

Mi fissa sbalordito.
Che cazzo fai, cosa sono quelle valigie, muovi il culo e torna indietro povera stupida, dove credi di andare. Chi ti vuole con quel culo che sembra un’anguria gigante!” Ride a crepapelle pronunciando quelle parole.
Lo fisso, ho lo sguardo annebbiato dalle lacrime.
Si, ma questa volta sono lacrime di rabbia, non di paura. Non so come, ma sento dentro di me una forza sconosciuta che mi penetra, scompaiono la paura e il dolore.
Sono forte.
Gli sferrò un calcio, lo manco, ma ormai il mio corpo è avvolto in una spirale di forza, sferrò un altro calcio, questa volta lo colpisco, perde l’equilibrio e cade all’indietro, batte la testa contro un gradino.
Rimane, per alcuni secondi, immobile, per terra, poi si alza, dolorante.

Mi metto a ridere, forte sempre più forte, e lui diventa sempre più piccolo ai miei occhi.
Non si muove. Sente dolore alle gambe e alla testa. Lui il grande picchiatore, adesso è fermo inebetito dal dolore e dalla sorpresa.

Gli passo davanti con le valigie. Lo guardo e ridendo gli urlo:
Sei solo uno stupido non riesci nemmeno a stare in piedi”!


martedì 25 aprile 2017

Buon 25 Aprile



Buon 25 aprile
a tutti/e,  ricordando le vite di quanti/e morirono nel nome della libertà.
A voi e a tutti coloro che credono sempre nei principi della libertà e dell'uguaglianza dedico questo mio racconto breve






La bicicletta gialla


"Ciao bella Adele, dove vai così di corsa?
Le chiese Gino, il barbiere del paese .
"Al mulinoooo", rispose quasi urlando e pedalando in sella alla sua bicicletta gialla.
I capelli lunghi color del rame svolazzavano al ritmo delle pedalate veloci, la gonna lunga e larga a ruota, trattenuta con una mano per evitare si vedessero le lunghe e tornite gambe.

Adele era felice, nonostante la guerra, in casa adesso c'era solo lei col padre troppo anziano, ma che ancora lavorava sfornando deliziosi panini che riempivano la casa e la via del dolce profumo del pane appena sfornato. La madre era venuta a mancare due anni prima, lasciando nello sconforto il padre che non riusciva a rassegnarsi alla vita senza la sua compagna di vita.
I suoi due fratelli erano entrambi in guerra, erano stati chiamati alle armi. due ragazzoni forti e dalla braccia robuste di chi è abituato alla durezza della vita. Leggeva sempre le lettere che loro spedivano con regolarità dal fronte., la rassicuravano, loro stavano bene, erano orgogliosi e fieri di servire la patria, avevano cibo in abbondanza e non pativano il freddo. Era tranquilla e confortava il padre leggendo le lettere a voce alta, e più volte, visto che il padre era analfabeta.
Non capiva perché le lettere arrivavano sempre chiuse malamente, soprattutto nei bordi, come se qualcuno le avesse aperte e poi richiuse, forse qualche postino curioso, certamente non il loro che si è no riusciva a leggere i nomi sulle buste che arrivavano in paese.


Sorrise, con tutti i pensieri che aveva si concentrava sul bordo delle lettere del fronte.

Adele, adesso che non c'erano i fratelli in casa, poteva usare la bicicletta di famiglia ed andare a prendere la farina per aiutare a fare il pane col padre.

Aveva preso la bicicletta, l'aveva accarezzata come se fosse un bambino, poi prese uno straccio e la pulì per bene, cominciò dal manubrio, insistendo bene nei copri ruote e pulì perfino i raggi delle ruote che ritornarono a brillare, come se l'avesse appena comprata; prese la lattina di vernice gialla e cominciò a pitturarla.

 Era perfetta, adesso era veramente sua, certo la vernice le era costata ben due chili di pane , ma ne era valsa la pena pensò, guardando il risultato, infine mise la vecchia cesta coprendola con un copri cesta di tessuto a quadretti utilizzando due vecchi tovaglioli, tanto non servivano visto che erano solo in due a mangiare.

Era orgogliosa del suo operato, certo quando sarebbe ritornati i fratelli l'avrebbero presa a calci nel didietro, ma c'era tempo per pensare ai calci.

All'inizio era piuttosto traballante in sella al rinnovato mezzo, ma Adele era testarda, cadeva, si rialzava,, andava storta, perdeva l'equilibrio, ma ogni giorno andava al mulino, metteva nel cesto il sacco di farina e poi subito indietro verso casa.
Giorno dopo giorno aveva acquisito la giusta abilità ed adesso si permetteva di correre con la sua due ruote gialle, portando una sferzata di allegria in quel paese fatto solo di donne, anziani e tristi bambini, i cui pensieri erano rivolti a questa guerra che sembrava non volesse finire mai.

L'autunno si stava avvicinando, gli ultimi raggi di sole scaldavano ancora mentre le foglie dorate degli alberi si staccavano regalando alla città dei riflessi caldi. Fu una mattina di caldo autunno che nella sua solita corsa mattiniera Adele senti un rumore di foglie, come se qualcuno le stesse calpestando.

Si fermò e si girò di scatto, non vide nessuno, un piede per terra e l'altro sul pedale della bici, si girò e con gli occhi cerco di scrutare in mezzo agli alberi, stava per riprendere a pedalare quando sentì una mano fredda che le aveva afferrato il braccio, un brivido le scese lungo la schiena.
Era il braccio di un giovanotto, non lo aveva mai visto, non era del paese, non riusciva a capire dove si fosse nascosto e come avesse fatto a balzare vicino a lei come un felino, il cuore le batteva forte dentro al petto, chiuso da una camicetta che le cominciava a stare stretta e metteva ancor più in evidenza il suo seno prorompente.
Adele si ritrasse e per poco non finì a terra inciampando nelle ruote della sua bicicletta, ma gli occhi di quel ragazzo erano buoni, non riusciva a leggervi alcuna cattiveria, aveva un fucile dietro la schiena, ma se avesse voluto ucciderla ne aveva avuto ampio tempo.
Il ragazzo la guardò e le chiese se aveva qualcosa da mangiare, lei per tutta risposta inforcò sulla bici e fece rientro a casa ancora più velocemente.
Quando arrivò a casa si ricordò che in paese parlavano di alcuni soldati che erano scappati ed erano contro Mussolini, si nascondevano e tentavano agguati contro i tedeschi. Di guerra non ne capiva molto con i suoi 16 anni appena compiuti le interessava la vita, la musica e l'allegria, qualche volta solo qualche volta aveva pensato all'amore, ma poi si era confessata ricevendo un'ammonizione severa da parte del parroco.
Alla fine basta poco per essere felici, l'affetto della famiglia, vabbé la madre non c'era più, ma le restava il padre e i due fratelli che presto sarebbero ritornati a casa, ed una bicicletta gialla.
La vita ti sorride, hai la libertà di correre, sentire la carezza del sole sulla pelle, niente può essere più bello, forse, nemmeno l'amore come sussurravano le amiche la sera, quando, dopo il tramonto, si ritrovavano sui gradini della chiesa per parlare un po', prima di andare a letto.

Adele non raccontò al padre dell'incontro fatto al mattino, per la verità a nessuno, nemmeno alle amiche, anche se non capiva bene, cosa stava succedendo in paese, il clima di paura dettato dal continuo andirivieni di militari tedeschi l'avevano inconsciamente guidata alla precauzione ed al silenzio. Poi c'era anche il macellaio del paese, si diceva che era uno spione e spifferasse ogni movimento ai tedeschi per avere in cambio lasciapassare a altro. Osvaldo, il macellaio, non le era mai piaciuto, quando andava nel suo negozio, poche volte per fortuna, era sempre accolta con un sorriso viscido che la lasciava amareggiata, per cui scappava subito, poi adesso aveva qualche gallina e poteva fare a meno di recarsi da quel bottegaio così ripugnante

La mattina dopo si svegliò presto e dopo aver preparato il pane da vendere, di nascosto prese un filone e lo nascose nello scialle, poggiandolo nella cesta della bicicletta. Quindi come al solito inforcò la bicicletta e di gran corsa si avviò al mulino, quando giunse nel punto dove era avvenuto l'incontro, si fermò, rimase qualche minuto ad attendere e quando pensava che non ci fosse nessuno, si avvicinò il ragazzo del giorno prima, lei con un sorriso gli allungò il pane, poi riprese a pedalare, senza dare tempo al ragazzo di ringraziarla.
Fece così per altri giorni, era come un appuntamento, ma non era amoroso, Adele gli allungava il pane e poi riprendeva subito la sua corsa.

Anche quella mattina del'10 marzo 1945 si era avviata verso il mulino in sella alla sua bicicletta, l'aria era fresca, ma non mise lo scialle, vi era avvolto il pane.
Passò come al solito in paese, con il solito saluto benevolo del barbiere, il quale, a causa della guerra non aveva più tanti capelli da tagliare, per cui era sempre più fuori dal negozio che dentro.
Quella mattina anche il macellaio si affacciò davanti alla porta della bottega e con un sorriso schernevole le chiese come mai non si copriva le spalle visto l'aria fresca che era sopraggiunta, Adele si fermò un attimo, lo guardò senza rispondere e riprese la sua pedalata, il colore giallo della sua bicicletta si mescolava con le foglie ambrate dell'autunno incipiente che dolcemente si staccavano dagli alberi.
Al solito punto si fermò per aspettare il ragazzo di cui ignorava anche il nome, non fece nemmeno in tempo a sbuffare per il ritardo, che senti un calore forte alle gambe ed un rumore secco, o forse due, in quel momento non riusciva a capire bene, si accasciò a terra, provando un dolore come se le avessero squarciato le gambe, in effetti aveva una ferita che sanguinava, stava per alzare gli occhi dal ginocchio devastato, udì un altro sparo, il ragazzo del pane si accasciò vicino a lei, i suoi occhi increduli guardavano il militare tedesco che sogghignava nel vedere il tentativo di quell'uomo di raggiungere la mano della ragazza.
La mano di Adele era protesa verso la bicicletta gialla che il tedesco teneva in mano e stava schiacciando la ruota contro l'altra mano della ragazza ridacchiando, urlò forte il suo dolore, inutilmente.


Pensò che è davvero triste morire senza un motivo, lei voleva solo sentire il vento tra i capelli.

Continuò a guardare quella macchia gialla che si allontanava, fino a quando chiuse gli occhi.








lunedì 31 ottobre 2016

Hallowen racconto


Artigli di sangue



Emilia sferrò un calcio all’auto che si era fermata in una strada deserta, proprio di notte. S’incamminò in strada in cerca d’aiuto, scorse un viale che portava all’ingresso di una villa circondata da statue dalla figura spettrale.
Erano dodici statue di donne dalle sembianze sinistre, disposte a cerchio. Provò paura, pensò di tornare indietro, ma ormai era lì, decise di procedere lentamente.
Al centro del cerchio delle statue vide un piedistallo vuoto. Si avvicinò incuriosita, due braccia l’afferrarono immobilizzandola sul piedistallo.
Le statue si animarono, trasformandosi in streghe dai capelli lunghi, le mani ad artigli, gli occhi rosso fuoco. Le arpie sghignazzavano, ridevano stridulamente, emettendo un suono gracchiante come i corvi. Cercò di allontanarsi, ma i suoi piedi erano come incollati al piedistallo, le membra simili al marmo.
Urlò, ma nessuno poteva sentirla.
Comprese che le streghe invocavano qualcuno, ripetendo frasi incomprensibili, il presentimento si trasformò in realtà: davanti a lei apparve una creatura orribile.
Gocce di sudore le imperlavano la fronte, l’urina le bagnò le gambe.
L’essere mostruoso aveva un aspetto animalesco, le mani ed i piedi con artigli, il corpo ricoperto da folta peluria.
Si accostò, con gli artigli la denudò, procurandole delle lacerazioni sul corpo. La leccò con la lingua biforcuta, come i rettili.
Emilia gridò di dolore e raccapriccio.
Capì d’essere l’offerta che le streghe anelavano immolare alla loro divinità.

Sentì gli artigli conficcarsi vicino al cuore, la vita scivolarle via.
Non voleva morire.
Fu l’ultimo pensiero.
Divenne il macabro pasto delle streghe e della loro divinità.
Le streghe sottrassero la vita ad Emilia per riprendere la loro.
Le statue del giardino scomparvero, solo i piedistalli rimasero nel viale.
Qualcuno giura di sentire urla agghiaccianti quando passa vicino alla villa.
Le urla strazianti d’Emilia.


martedì 25 ottobre 2016

Ketty

All'inizio i miei racconti brevi erano incentrati sul genere horror, rileggendoli sorrido...
Buona lettura, ma solo per chi ha lo stomaco forte!!!




KETTY



Ketty amava definirsi creatura della notte. Era vestita di stracci. Non aveva paura. Viveva nelle fogne di una grande città come Londra.
Era stata abbandonata da piccola da una famiglia povera, con troppe bocche da sfamare.
Aveva imparato a difendersi dai tanti derelitti come lei, e sputare addosso a quanti la guardavano con una smorfia di disgusto per il suo aspetto ripugnante.
Il suo aspetto oltre che ripugnante era sinistro.
Viveva in una baracca fatta di cartoni, dove i suoi migliori compagni erano i topi e gli scarafaggi.

Campava di elemosina, che gli veniva concessa facilmente, proprio per allontanare dai negozi una simile creatura del diavolo.

Ben presto capì che la vera natura del suo animo era di una ferocia inaudita, l’aveva sperimentata con i topi che infestavano la sua baracca.


Con naturale sadismo infilzava gli occhi dei topi, dopo averli appesi vivi ad un asse di legno, che faceva le funzioni di porta, quindi si divertiva a piantare dei chiodi in parti non vitali per assistere alla loro lenta agonia.

I puzzolenti cadaveri dei topi tappezzavano la sua fatiscente porta.

La sua sadica ferocia si estese a tutti gli animali.
Ma ancora non era sazia del sangue che inutilmente versava dei poveri animali. La sua sete assassi9na era appena sbocciata.
Fu così che decise di provare con le persone, odiava con tutte le sue forze il genere umano, soprattutto le donne; ne odiava la bellezza, l’eleganza, i modi gentili.
Le uniche persone che accettava erano i derelitti e i delinquenti come lei.
Tutto il resto del mondo per lei era solo spazzatura, indegna di esistere.

La sua prima vittima fu una donna, la colpii l’eleganza dei lunghi vestiti, i capelli lunghi raccolti con delle spille, ma soprattutto i lineamenti dolci.

Complice la nebbia della città con un coltello puntato sul fianco la trascinò fino alla sua baracca. Le fece togliere gli eleganti vestiti, quindi la legò ad un palo. Le infilò due lunghe asticelle negli occhi: a nulla valsero le suppliche della povera donna, anzi la divertivano, più la supplicava più rideva. Poi la ferì in più parti del corpo e ammirò estasiata il sangue caldo e rosso sgorgare dalle ferite che scivolava a terra formando un piccolo lago di sangue.
L’agonia della donna durò ore, le urla di dolore diventarono sempre più deboli fino ad esalare l’ultimo respiro.

Ne uccise molte altre, sempre ammirando estasiata come la vita lentamente abbandona il corpo.

Avrebbe continuato ad uccidere senza pietà alcuna.

L’ultima vittima, però, si era difesa.
Le aveva dato un morso, nel tentativo di difendersi, che le aveva quasi spolpato un braccio.
Riuscì anche a raccogliere un pezzo di legno appuntito e con tutta la forza della disperazione lo conficcò in un fianco della sua carnefice, provocando uno squarcio da cui il sangue fluiva a fiotti.

Ketty riuscì ugualmente a completare la sua opera.

Solo che stavolta anche la sua vittima poteva godere nel vedere esalare l’ultimo fiato alla sua seviziatrice.
MLF




venerdì 14 ottobre 2016

Autunno


Con questa pioggia battente, l'autunno si è presentato con forza, proprio per ricordarci che l'estate è ormai finita. 



Allora accendiamo il camino, così la legna potrà scaldarci. Prendiamo una copertina, morbida che accarezzi il corpo e abbandoniamoci alla gioia di leggere un buon libro....


L’estate è finita
Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch’io, per non essere antiquata,
mi metterò un gioiello.
Emily Dickinson

giovedì 21 luglio 2016

Racconto in duecento parole

        Ecco questa  lettera immaginaria scritta da Matilde di Canossa al nonno, dovevo partecipare ad un concorso, poi ho scelto un altro scritto da inviare. Sono poche righe, avevo l'obbligo delle 200 parole, ma le avevo scritte immaginando questa donna potente agli occhi degli altri, ma con grandi tormenti interiori.
Con duecento parole non è facile trasmettere emozioni, ma non ho cancellato queste scritto e voglio riproporlo a voi sconosciuti/e persone del web.
Maria Lucia







Nel silenzio

Caro nonno Tedaldo sono inginocchiata nella nostra cappella preferita, le mani tra i capelli sciolti, il viso stanco solcato da lacrime calde, amare.

Se i nemici vedessero la ferocissima Matilde: ormai vecchia, preda delle sue inquietudini….

Ripenso alla breve infanzia felice, alle lunghe preghiere con te, dove distraendomi contavo i colori dei mosaici del pavimento o ammiravo la delicatezza degli affreschi.
L’infanzia è terminata
presto.

Sono rimasta sola con un impero da comandare.
Ho dovuto difendermi.
Lottare.
Essere un guerriero.
Ho dato ordini.
Ho dormito nei campi di battaglia.
Ne sono fiera.


……Nessuno ha mai capito l’infelicità del mio animo né mia madre, né i miei due mariti, né i tanti uomini avuti, né i tanti preti che mi circondavano per la nota generosità verso la chiesa.


Nel mio cuore c’è stato posto solo per la mia dolce bambina.
Anche lei mi ha abbandonato.
Troppo presto.
Ho abbracciato il suo corpicino, ormai freddo, per ore, pensavo che con la mia forza l’ avrei riportata in vita.
Cosi non è stato.

Adesso sono stanca, voglio dormire, quando giungerà il momento in cui l’anima abbandonerà il mio corpo, voglio essere seppellita qui.

Qui, nel silenzio della cappella di Santa Maria.











giovedì 16 giugno 2016

poesia


Una mia poesia





Follia


Una stillata al cuore che geme il suo dolore
Vorresti urlare
ma nel vuoto del silenzio
riecheggia solo il soffio di una lacrima
che scivola silenziosa
bagnando l’anima di luce di stelle.
Un piccolo raggio di sole illumina la finestra,
piccole scintille di luce che vibrano.
Un filo di tristezza scivola e si annida nel buio della tua mente
sei sola….

con la tua follia

martedì 31 maggio 2016

M’ama non m’ama



Buongiorno donne e uomini del web
oggi vi lascio una mia poesia, non sempre le scrivo, preferisco i racconti, ma a volte succede che fisso qualche frase. 
Eccone una per voi







M’ama non m’ama

Lentamente sfogli i petali di una bianca margherita
m’ama, non m’ama
che importa.

L’amore svanisce come il giorno all’imbrunire,
come il sole al tramonto.

Lasciando uno svanito ricordo

che si dissolve al sorriso di un nuovo incontro.



martedì 26 aprile 2016

Amarcord

Donne e uomini del web buongiorno
tutti freschi e riposati dal lungo week end o siete abbacchiati dalla grigliatona di ieri?
Io sono sulla seconda ipotesi.

Oggi ripubblico un mio racconto, una sorta di Amarcod della mia vita:


Primo maggio 1973


Ci sono giorni nella nostra vita a cui non dedichiamo la giusta attenzione. Pensiamo che ogni giorno possa essere uguale ad un altro e lo viviamo distrattamente, salvo poi, col passare degli anni, cercare di ricordarlo per attingervi più dettagli possibili. Piccoli frammenti nel puzzle della nostra vita. Cerchiamo parole o immagini, ormai sfocate, nella fragile memoria. Vorresti tornare indietro nel tempo ed assaporare, attimo dopo attimo, il tuo passato perchè il rimpianto ti assale stringendosi attorno alla gola, come il cappio di una corda attorno al collo dell’impiccato, impedendoti di respirare e vivere la tua vita reale.
Allora vorresti essere il regista del tuo film e manovrare la moviola della cinepresa della tua vita:
avanti,
indietro,
fermarla,
andare al rallentatore,
accelerare,
poi ancora avanti….


…. Mio padre ha sempre lavorato tanto, non ricordo un giorno in cui sia venuto a casa prima del solito per giocare con noi, mai. Faceva il falegname, non aveva orari, si recava nella sua bottega tutti i giorni, compresa la domenica, e le festività di Natale e Pasqua. Sempre. C’era, però, un giorno in cui si concedeva il lusso di stare in casa: il primo maggio, la festa dei lavoratori. Per noi ragazzi era una festa nel vero senso della parola, potevamo trascorrere un intera giornata con nostro padre, che gioia ! Cominciavano dal giorno prima ad essere agitati, non stavamo più dalla pelle. Sapevamo dove saremmo andati, ma ugualmente ci chiedevamo tutte le volte.
“Oh, Anna, secondo te, dove ci porta in gita il papà quest’anno”?
Mi chiedeva Vito il mio fratello maggiore.
“Vorrei tanto andare dalla zia Caterina, in campagna, pensi che ci poterà lì”?
“Non lo so, perché non vuoi andare al mare come gli altri anni, non ti piace il mare?”
“Boh, certo, però mi piacerebbe cambiare”.
Rispose Vito; mentre Giacomo, nostro fratello più piccolo stava zitto, ci guardava continuando a sguainare la spada in aria, immerso nel suo fantastico gioco di lotta contro i pirati.

Quel primo maggio mi alzai presto per aiutare mia madre ad allestire il pranzo, cucinare gli arancini, la frittata per farcire i panini e infine gli: “Spingi”, un dolce tipicamente natalizio, pratico da trasportare e da mangiare all’aperto.
Così verso le dieci era tutto pronto per andare a fare la scampagnata al mare, o pic nic, come si direbbe oggi. La spiaggia non era molto distante, forse cinquecento metri, ma con tutto quello che ci portavamo al seguito era necessario andarci in auto. Salimmo tutti sulla cinquecento, padre, madre, fratelli e nonna. Ognuno di noi teneva sul grembo qualcosa, chi il tegame con gli arancini, chi il telo da mettere come una tenda, chi i bastoni…
Come riuscivamo ad entrare in quella macchinina con tutto il bagaglio appresso è sempre stato un mistero, adesso sorrido, ma, allora, era un vero divertimento. Arrivati in spiaggia mio padre si affrettò a montare quattro bastoni sulla sabbia per legarvi i quattro angoli della tenda, coloratissima, cucita da mia madre, così potevamo ripararci dal sole. Mia madre dispose per terra la tovaglia ed i piatti per poi riunirci a mangiare. Sembravamo una vera squadra di beduini. A quei tempi era così, non si andava al ristorante, ci si accampava sulla spiaggia e si consumava il menù preparato a casa.

Mentre mia madre e mia nonna apparecchiavano, noi ragazzi ne approfittammo per giocare.
Mio fratello Vito, il più grande, si spogliò urlando a mia madre:
“Ma’ vado a raccogliere un po’ di ricci così facciamo colazione che ho fame”.
Senza nemmeno attendere la risposta si tuffò e dopo un po’ arrivò con i ricci, con atteggiamento enfatico, da vero pescatore, li consegnò a mia madre che seduta sullo sgabello tirò fuori dalla tasca del grembiule una forbice e cominciò a tagliare un piccolo tassello nel riccio, poi prese il limone e spruzzò qualche goccia all’interno :
“Così togliamo i microbi, si pulisce e lo puoi mangiare senza problemi”.
Ripeté.
Era la colazione più buona del mondo: ricci appena pescati e pane fresco. Mmm, sento ancora il sapore del mare sulle labbra. Io ero un po’ schizzinosa, non mangiavo i ricci tendoli in mano:
“E se poi mi pungo? No, mi fa male me lo metti nel piatto”?
Chiesi a mia madre che, con santa pazienza, mi accontentò, svuotando il contenuto del riccio in un piattino.
Dopo aver mangiato i ricci corremmo sulla spiaggia a giocare a pallone, e, anche se i miei fratelli non mi volevano perché ero una femmina, ero irremovibile, mi piazzavo nell’immaginaria porta e mi autoproclamavo portiere.

Intanto, lentamente, la spiaggia cominciò a popolarsi d’altre famiglie che, come noi, passavano la giornata allegramente al mare.

Finalmente arrivò il momento del pranzo. Mia madre ci chiamò a squarciagola.
Arrivavamo correndo facendo alzare la sabbia e mia nonna spazientita urlò che eravamo dei “picciriddi” dispettosi e senza creanza. Mia madre con aria bonaria rispose:
“Lasciali divertire, sono bambini devono muoversi”.

Sbuffando mia nonna ripeté la solita frase:
“Ai miei tempi non era così, i bambini portavano rispetto ai grandi”.
Riuniti tutti intorno a cerchio, per terra, si diede inizio al pranzo.
“Prima io”.
Insistette, fastidiosamente, Giacomo, il più piccolo, era il despota della famiglia, ma grazie al suo faccino simpatico e paffuto le vinceva sempre tutte.
“Veramente tocca prima alla nonna, lei è la più grande”,
Disse mia madre, ma lui prontamente ribatté:
“Io sono il più piccolo devo crescere, la nonna è già grossa abbastanza”
Tutti scoppiarono a ridere, tranne mia nonna che picchiò subito una sberla sulla testa del mio fratellino, gridandogli :
“ Brutto screanzato, come ti permetti”.
E noi in coro:
“Ai miei tempi non era così”,
e giù a ridere a crepapelle.
“Diventerete vecchi anche voi, poi vediamo se vi piacerà essere presi in giro”.

Finalmente dopo tutte queste scaramucce, allungai la mano per prendere il mio arancino di riso. Ricordo ancora oggi il sapore degli arancini modellati da mia madre, avevano tutti la stessa forma e dimensione, sembravano fatti con le formine, invece, erano le sue abili mani a conferire questa uguale uniformità, inoltre avevano una doratura perfetta, croccante fuori e con un cuore morbido di ragù con carne e piselli.

Così buoni non li ho più assaggiati.

Ho provato tante volte a ripetere la sua ricetta, ma il sapore non è uguale, forse perché ha perso il sapore della spensieratezza……

Dopo aver mangiato gli arancini, si passava ai panini con la frittata e per finire il dolce: gli “spingi”, ovvero, palline fatte con l’impasto di farina con il lievito, fritte nell’olio e passati nello zucchero aromatizzato con la cannella.
Che buoni!
Ne mangiavamo a sazietà, finché le nostre pance mettevano fuori la bandiera bianca e dichiaravano di non riuscire più ad ingoiare nulla.

È stato proprio al termine del dolce che mio padre ci ha zittiti e ha detto:
“Vi devo comunicare una bella notizia, il prossimo mese partiamo, ci trasferiamo al nord!”
“Davvero? Dove andiamo?
Chiese mio fratello con la bocca ancora aperta per lo stupore.
“Andiamo a Mantova”
“È tanto lontano, lontano?”
S’informò mio fratello Giacomo
“Si”.
Rispose mia madre con aria tranquilla e rassicurante.

Sapeva già tutto, pensai, e da molto tempo.
“ C'è il mare a Mantova”?
Chiesi timidamente.
“No, c’è il lago mi hanno detto”
Rispose mio padre
“Dopo mangiamo anche i ricci allora”?
“ Perché ce ne andiamo”
Si affrettò a domandare Giacomo
“Non ti piace più, papà, stare al nostro paese”?
“Io non voglio andarmene”
Aggiunse Vito tutto d’un fiato
“Sto bene qua ho tutti gli amici, che ci vado a fare al nord”

Le domande erano davvero incalzanti, e, mio padre non aveva il tempo di rispondere.
“Basta adesso”
Rispose a voce alta mio padre.
“ Vi siete dimenticati che comando io, e si fa quello che decido senza storie e pianti inutili”.


Segui un silenzio strano.


Non eravamo abituati al silenzio, la nostra era una famiglia allegra, dove si rideva e scherzava, sempre, ma non quel giorno.

Anche se eravamo piccoli capimmo che era una notizia importante che avrebbe apportato dei notevoli cambiamenti nella nostra vita, anche se ignoravamo quali.

Mio padre ci guardò con uno sguardo che sembrava dire: non mi chiedere altro, per me è un dolore grande quanto il vostro, le vostre domande mi fanno male. Pensate che io sia felice di andarmene? No, non lo sono, ma lo faccio per voi per sottrarvi a questa vita di stenti e rinunce. Sogno un futuro diverso, voglio darvelo o almeno spero.

Era il primo maggio del 1973.
Siamo partiti un mese dopo in treno.

Non ho più mangiato ricci.
E i miei arancini non hanno il sapore buono del mio paese.


Ferlisi Maria Lucia

La lettrice di cartadiMaria LuciaDesign byIole