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martedì 13 febbraio 2018

Le Primavere di Praga di Riccardo Burgazzi


Le Primavere di Praga 
di 

Riccardo Burgazzi

recensione di 
Ferlisi Maria Lucia

Ludovica, la protagonista del romanzo, è una vecchia signora in pensione, un personaggio politico importante, è stata vice presidente del Parlamento Europeo. 

È stata una femminista. È stata una letterata. Adesso è soltanto una "vecchia sballona". 

Collabora con le associazioni in difesa dei diritti umani. Viene ancora invitata nelle conferenze e convegni di sinistra, è sempre un "nome" di rispetto, per questo ha un portaborse, anche se non ama chiamarlo in questo modo, perché lei le borse se le porta da sole.  Lei lo chiama assistente.

Ludovica ama scegliere di persona gli alberghi dove dormire, quando va in giro, anche stavolta che ha deciso di andare a Praga, sceglie da sola l'albergo dove dormire, non il suo assistente.

Sono anni che non si reca a Praga. Venti, trenta, o quarant'anni anni fa ci si recava spesso. Un tempo, molto tempo, tanto tempo fa. Praga, il luogo dei suoi ricordi, dei suoi amici, degli ideali. Un luogo amato che sapeva di Primavera.

Per leggere Ludovica ha bisogno di silenzio, e per questo bisogna scegliere luoghi dove regna il silenzio, e Praga è la città ideale. Per questo Ludovica vi ritorna, sempre, ma tanto tempo fa, vi ritorna ora, perché ha di nuovo bisogno di silenzio. 


Ludovica è in cerca del suo passato, che sembra racchiuso tutto in quella città, che non ha nulla di magico, è solo una bolla, stantia e grigia.
Le persone si muovono all'interno di questa città in modo indifferente, quasi protetti da questo grigiore che rende indifferenti i loro pensieri o movimenti.

Lei però non fa parte di questo grigio, lei tiene in mano quest'enorme bolla e vede le strade, le case, la pavimentazione bianca e nera dei marciapiedi, vedi i baracchini bianchi che affollano i vari punti della città con la vendita di cibo, vestiti o altre cianfrusaglie..

Lei vede anche le persone, per lei non sono sagome grigie che compongo la città triste. No, lei le osserva, vi parla, osserva le loro gesta, intuisce le loro emozioni. Come Ludmila, una giovane mamma bionda, e la sua piccola bambina: Sophia, dagli occhi straniti blu. Immagina le sue emozioni, la sua tristezza. 
La segue, quasi come un detective, scopre il lavoro che svolge per mantenere se stessa e la figlia. Non comprende, perché deve vendere il proprio corpo. Ludmila risponde, perché sa che per quella vecchia impicciona, non è una insignificante figura grigia. È una donna, e basta agli occhi di Ludovica.

"E ora, mentre cammino svelta sotto i lampioni, in ogni volto di donna che incrocio sul mio marciapiede , vedo tutte le immagini dell'oppressione che quotidianamente subiamo inconsapevolmente o sopportiamo arrendevolmente."
Ludovica non va a Praga solo per leggere, vuole ritrovare vecchi amici come Michele, Elio, Giovanni e Lucia. Vuole ritrovare Antonio, suo amico di tante avventure giovanili, complice di ideali e lotte. Perché Praga era l'emblema delle lotte. Tanto tempo fa. 
Jan Palach, cui è stata dedicata una piazza, adesso, nessuno ricorda chi è. Attraversano velocemente la piazza di Praga e non si soffermano, per un pensiero, per una lacrima...

"Palach , invece lo scelse per la libertà. Morire per spronare la propria gente alla rivolta è un'idea affascinante? Non saprei, ma con quel gesto Palach contraddice e conferma ciò che ho scritto qualche pagina fa sulla presunta disinteressata arrendevolezza del popolo ceco"
..."quando la sproporzione di forze è così ampia, la resistenza può diventare solo simbolica. Palach ha fatto di sé il simbolo."

Palach era un simbolo in quel "grigio dimenticanza", in quella città dove il cielo non è azzurro come nei paesi mediterranei. Il cielo pumbleo deve essersi mescolato con il fumo lento e grigio di quel corpo giovane che si è arso vivo per gli ideali.

 Gli "eroi sono giovani e belli", ma oggi, nessuno non ha tempo per ricordarli. Non ha tempo per fare rivolte.
"Forse solo un po' di satira sottovoce".

"Praga, per me, è come una bolla. Una grande, grandissima, bolla, che contiene tutti i suoi monumenti, tutto il suo fiume, tette le sue periferie e le sue colline. Tutto in silenzio. Perché Praga, come le bolle, non si cura delle persone che la abitano: si limita contenerle tutte con indifferenza. E loro ricambiano. Una bolla senza tempo per raccontare una storia che parla di una generazione senza tempo."


L'autore Riccardo Burgazzi, con questo romanzo "Le Primavere di Praga", ci mette di fronte al nostro tempo, ed alle sue diversità, senza una distinzione ben precisa, ma lentamente, forse venti o trenta o quaranta anni fa, in una sorta di non tempo, in cui si racchiudono i ricordi.
Quando i simulacri sono cominciati a cadere, quando i simboli sono stati dimenticati.

 Non c'è una data ben precisa, non c'è stata una guerra, o qualche gesto eroico ad aver scandito una data esatta. No, nulla. Ad un certo punto il tempo, i paesaggi le persone hanno perso il loro essere, la loro primavera, e sono diventate tante piccolo sagome, nascoste dal grigiore, il colore dell'uniformalizzazione degli esseri. 

Tutti sono li, racchiusi in una bolla che con il tempo è diventata grigia, senza speranza, senza luce, senza futuro, senza ideali. Degli esseri privati dei loro organi, una sorta di dead walking.

La trama del romanzo è ben scritta, scorrevole e accurata. Riccardo Burgazzi con stile impeccabile, calmo, tranquillo, ricco di dettagli, che arricchiscono il romanzo, conduce i lettori in giro per Praga insieme con Ludovica, con Elio, con Antonio o con Ludmila. 
Una prova letteraria di tutto rispetto.

Un romanzo che è un'analisi antropologica e filosofica della vita di oggi. Viviamo una società liquida, tutto scorre velocemente, non ci si può fermare per riflettere. Siamo nell'era dei social net work, i ragazzi di oggi non indossano zaini, non hanno libri con sé. Se attraversi le sedi universitarie o le stesse biblioteche sono tutti assorti nei loro cellulari a postare, commentare ed inviare foto.

L'autore ha saputo, abilmente, coniugare la trama e i personaggi, con le riflessioni su questa società, attraverso gli occhi ed il pensiero di questa attempata donna, che con ironia delinea pregi e difetti, vecchi e nuovi.

Lo scrittore attraverso la protagonista conduce il lettore, con lentezza, volutamente, senza bisogno di scatti fotografici, ma solo con le parole, in questa società grigia ed immobile, e ti fa spalancare gli occhi, ti accorgi di tutto. Adesso tocca a te scegliere di mantenere ancora gli occhi chiusi. Lo fa attraverso un romanzo, non con i post nei social, perché i post sono intrinsechi alla società liquida, scivolano, come la pioggia su un impermeabile, non si fermano, non bagnano, non lasciano segni.

Riccardo Burgazzi affida ai suoi personaggi il compito di togliere quel "senso d'impotenza" che pervade questa società come un'edera che con i suoi tralci invade e copre tutto.

La scelta, di confrontare il passato col presente a Praga, è fortemente significativa. Palach, come tutti gli eroi della libertà di pensiero, non deve restare un nome sconosciuto, un simbolo dimenticato. Tutti gli eroi devono continuare a vivere.
 Solo noi possiamo farlo e l'autore ce lo suggerisce. Dobbiamo sostituire il grigiore con la Primavera, con le Primavere.
Certo, siamo in una società dove bisogna apparire, ma: "come apparire, però, è regolabile dalla nostra volontà".

https://www.lafeltrinelli.it/libri/riccardo-burgazzi/primavere-praga/9788898419746

SCHEDA LIBRO
Autore: Riccardo Burgazzi
Titolo: Le primavere di Praga
Casa Editrice: Prospero Editore
Pagine: 165


SINOSSI
Chi vive qui per più di due anni non riuscirà mai a venir via. Benvenuto nella comunità. E nella comunità, nessuno legge Ripellino, perché Praga è maledetta, non è magica." Ludovica, già studiosa di letteratura e politica in pensione, torna nella capitale ceca dopo una quarantina d'anni da quando ci aveva abitato in gioventù, alla ricerca di un vecchio amico. I suoi ricordi, le sue impressioni e soprattutto le sue riflessioni fanno di questo romanzo (ambientato in un "non tempo", ma in un luogo molto preciso) un vero e proprio specchio analitico sulla nuova migrazione giovanile, oltre che una guida storica e aneddotica della città.














martedì 6 febbraio 2018

Aspettando te di Carlotta Pino

Aspettando te

di

Carlotta Pino

recensione di
Maria Lucia Ferlisi


Derek e Shannon si conoscono in un campo estivo della Svezia, a Smogen. Tra loro, seppur piccoli, nasce una forte simpatia che li porta ad essere sempre insieme.

Derek da subito si pone come un ragazzino vivace e combina guai e vi trascina l'amica. La loro storia d'amore, appena iniziata, s'interrompe subito, lui ritorna in Italia con sua madre.

Passano gli anni, ben sette, s'incontrano ancora e nasce l'amore, quello forte ed eterno.
Lui si è fatto trascinare da alcuni malavitosi dei quartieri di Napoli, diventando un piccolo boss, idolatrato da chi prima lo prendeva in giro. 
Conduce una vita da sballo, tra sesso e cocaina.
Ogni sua parola in quel momento era un pugno in pancia per me. Provai una
tenerezza incredibile per lui e una forte rabbia nei confronti di sua madre.
Ovviamente non potevo colmare quelle mancanze, di questo ne ero ben
consapevole. Ma cercai di confortarlo. Sentivo, da come parlava, che si era reso
conto dei suoi errori. Gli dissi che se era veramente pentito di ciò che aveva fatto,
era arrivato il momento di cambiare vita. Lo rassicurai: «A me dispiace per
quello che hai passato, non deve essere stato facile affrontare tutto da solo.

Shannon cerca in tutti i modi di portarlo via da quel giro, ma non ci riesce. Lo lascia anche se lo ama, anche se sa che non può vivere senza di lui. Cerca anche di dimenticarlo, si fidanza con un bravo ragazzo. Ma Derek è sempre nella sua mette, in ogni gesto, in ogni ricordo.


Ma la vita non è come si sogna, la realtà è sempre diversa da come la immaginiamo.

In questo racconto, tra l'autobiografico e la finzione, l'autrice, ci mette di fronte allo sviluppo di quello che è un amore malato. Un amore che ha tutti i presupposti per non essere tale, ma come sempre la donna, quando s'innamora, non vuole tener conto dei piccoli campanelli d'allarme. 

Lo stile "crocerossina" prevale, si vuole cambiare il partner, nella missione, quasi sempre inutile, di "Io ti salverò".
Arrivata a Napoli sua madre mi informò che lui non si trovava lì,
era partito per qualche giorno, non dicendo però a nessuno la sua destinazione.
Ero disperata, continuavo a chiamarlo ma lui non rispondeva. Speravo solo
che stesse bene, ovunque fosse. Finché, un giorno, mi arresi. Non lo cercai più.
Dopo un mese circa venni a sapere che mentre io ero tornata a casa lui era
stato con un’altra. Ma c’era dell’altro… 

L'autrice affronta il racconto con semplicità, ma con triste consapevolezza. Una storia che poteva essere sviluppata maggiormente, ma essendo alla prima esperienza, perdoniamo l'autrice, perché il messaggio arriva comunque forte e chiaro. 



L'amore quello vero e sano dovremmo riconoscerlo sempre, ma non è facile, non lo è per nessuno. Non può esserlo per una ragazzina che si affaccia all'amore.

A volte non lo è nemmeno per le donne mature, perché gli amori malati sono difficili da riconoscere, hanno il sapore della bugia, hanno il sapore di condurti in un mondo avventuroso..ma c'è sempre un risveglio. 

Ringraziamo l'autrice per questa testimonianza e l'invito ad approfondire per regalarci una storia più articolata su un tema così forte, fragile e importante.


Scheda libro

Titolo: Aspettando te
Autore: Carlotta Pino
Casa Editrice: Pubme
Pagine: 52


Sinossi

Tratto da una storia vera. Il libro racconta la storia di due bambini, che, dopo aver vissuto nello stesso luogo per qualche anno vengono separati dal destino. Quello stesso destino però li riunisce una volta divenuti grandi e li fa innamorare. Il ragazzo crescendo , inizia a prendere brutte strade, così, spinta dal grande amore che prova per lui , la ragazza proverà in tutti i modi a salvarlo da se stesso e dal suo destino ; questo nella speranza di poter finalmente coronare quel sogno d'amore tanto atteso.

Riuscirà l'amore a vincere su tutto?

lunedì 5 febbraio 2018

Lo stradivari perduto di John Meade Falkner

Lo stradivari perduto 
di 
John Meade Falkner
recensione di
 Ferlisi Maria Lucia

Due amici: John Maltravers e William Gaskell condividono l'alloggio all'interno dell'università di Oxford, hanno entrambi una forte passione per la musica e suonano spesso insieme.

John ama il suono struggente del violino, mentre William lo accompagna al pianoforte. 
Da subito le atmosfere sono cupe e ci preparano al cuore della narrazione che avviene attraverso una lunghissima lettera inviata ad Edward, figlio di John, dalla sorella del protagonista.

John scopre un vecchio spartito di un grande musicista del 1700 di Napoli, Graziani, e comincia a suonarla, rimanendo affascinato da questa "Areopagita". 

Una sera, mentre suona ancora questo spartito, ode dei rumori, dei cigolii strani provenire da una poltrona che si trova nella camera. All'inizio non ci fa caso, ma sera dopo sera i rumori sinistri invadono la stanza al ritmo dello spartito; una sera, complice un lampo, intravede la figura emaciata e dal viso bianchissimo di un uomo, seduto in quella poltrona. 
"quest'uomo o spirito d'uomo è stato seduto qui una sera dopo l'altra, e noi non siamo riusciti a vederlo perché abbiamo la mente opoca e ottusa. Ieri notte la virtù esaltante di una forte passione come quella che mi hai confidato, associata al potere di una bella musica, ha reso talmente acuto il tuo intelletto da farti acquisire, diciamo così, un sesto senso che ti ha permesso tutt'a un tratto di vedere quello che prima era rimasto invisibile."
Anche il suo fraterno amico, ode i rumori e intravede questa sagoma sinistra. John ormai trascina la sua vita succube di questo spartito e della figura che ogni volta viene a visitarlo per ascoltare il brano. 
Un giorno per caso spostando dei mobili, all'interno di una porta, di un finto armadio, ritrova uno straordinario violino, in perfette condizioni, la cui firma nella targhetta lo attribuisce al grande maestro italiano: Stradivari. 
Dopo averlo fatto valutare e accordare, inizia a suonarlo.

Attraverso le note ed il suono limpido e chiaro di questo stradivari  inizia il declino di John che si lascerà rapire dal suo suono.

Un romanzo gotico dall'eccezionale ritmo lento e descrittivo che ci porta nei meandri del cervello umano, di come sia facile restare legati, rapiti e affascinati dai fantasmi del passato e dal soprannaturale.

Una storia che intreccia colpi di scena e riflessioni, realtà e soprannaturalità, amore e malattia, musica e mistero.
Un romanzo che molto insegna a chi vuole accingersi a scrivere romanzi del  genere ghost.

L'autore sa descrivere non solo i personaggi e gli ambienti in cui si svolge la storia, ma ha saputo creare un'atmosfera, cupa, misteriosa che fin dalle prime righe ci conduce nel mistero del soprannaturale.

L'ambientazione tra l'Inghilterra e l' Italia, si dimostra un connubio perfetto; tra luoghi sacri e profani si svolge la vita di John con le angosce e le paure che s'intrecciano, in questo affascinate e misterioso romanzo, la cui musica intreccia e conduce la vita dei personaggi.


Scheda libro

Titolo: Lo stradivari perduto
Autore: John Meade Falkner
Casa Editrice: Neri Pozza
Pagine: 153

Sinossi

Nel 1842, come ogni giovane di belle speranze proveniente da Eton, John Maltravers frequenta l’Università di Oxford, iscritto a uno dei più antichi college inglesi, il Magdalen Hall. Nelle ore libere dagli studi coltiva la sua grande passione: la musica. Valente violinista, si esercita spesso nel suo appartamento, accompagnato al pianoforte da William Gaskell, studente al New College ed eccellente pianista. In una notte insolitamente calda, quando Gaskell ha appena lasciato il Magdalen Hall, sfogliando gli spartiti lasciati sul tavolo dall’amico, John è attratto da una copia manoscritta di alcune suite, redatta a Napoli nel 1744. 

Seguendo uno di quei misteriosi impulsi che sfuggono al controllo della ragione, posa lo spartito sul leggio, toglie il violino dalla custodia e comincia a suonare l’Areopagita, l’unica suite del libro che ha il pregio di un titolo. Alle battute iniziali di un’aria piena di brio, sente dietro di sé un cigolio proveniente da una vecchia poltrona di vimini. Un po’ divertito, un po’ seccato, senza volgere lo sguardo, conclude l’aria, chiude lo spartito e va a dormire. 

Qualche tempo dopo, alle prime luci dell’alba di una notte insonne – sotto l’effetto esaltante dell’incontro serale con la bella Constance Temple – dopo aver suonato con incomparabile slancio l’inizio della suite, attaccando di nuovo quell’aria, John riavverte quel rumore sinistro, seguito stavolta da una sensazione inconsueta e sconvolgente. Volge lo sguardo e, nella luce argentea del mattino, scorge, seduta sulla poltrona di vimini, la sagoma di un uomo… 

Scritto dalla mano sapiente di John Meade Falkner, ispirato a grandi classici gotici come Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde, pari per eleganza a capolavori come Giro di vite di Henry James, Lo Stradivari perduto è la storia di una possessione che, nella compita Inghilterra vittoriana, travolge un giovane uomo sino al punto da trascinarlo lontano dagli affetti, dalla fede, dai retti principi morali, tra città gotiche e corrotte, atmosfere pagane e un’Arte così perfetta da sembrare maledetta. 

mercoledì 31 gennaio 2018

"Luce perfetta" di Marcello Fois

"Luce perfetta" di Marcello Fois
recensione di Maria Lucia Ferlisi

Cristian è l'ultimo componente della famiglia Chironi, non ha mai conosciuto il padre, e la madre è mancata troppo presto, vive con la nonna Marianna, a Nuoro. Da sempre è innamorato di Maddalena, ma lei è la promessa sposa del suo migliore amico, un fratello. Si amano di nascosto, con la consapevolezza che nessuno dei due avrà mai il coraggio di confessare il loro amore alle rispettive famiglie.

Cristian intraprende delle amicizie che lo portano vicino ai brigatisti, viene trovato con l'auto carica di munizioni, il suo amico viene arrestato, lui si disperde nelle acque del suo paese. Viene dichiarato morto.

Un altro lutto, un altra tragedia per la famiglia Chironi, ma la stirpe non si è estinta, perché Maddalena è incinta

Nonostante il lutto, il matrimonio tra Domenico e Maddalena viene anticipato per "coprire" la nascita anticipata del figlio. Domenico è ignaro di tutto. Forse.

Marianna ha intuito tutto, sa che il figlio di Maddalena è suo nipote. Ancora menzogne, ancora segreti, continuano a colpire questa famiglia. Domenico si rivela un inetto. Non sa stare al passo dei tempi dell'urbanizzazione della sua città. Non sa gestire il patrimonio dei Chironi. Quell'amore totale per Maddalena è un ricordo lontano... Amore, odio e sete di vendetta, imperversano il resto del romanzo con un finale inaspettato.

La saga della famiglia Chironi è iniziata nel 2009 con “Stirpe”, nel 2012 è stato pubblicato “Il tempo di mezzo”, che ha ricevuto il Premio Strega, e termina con “Luce perfetta”, concludendo la narrazione della famiglia Chironi.

Un romanzo ben scritto che ti invita a leggere anche gli altri due, per comprendere meglio la storia di questa dinastia. Una storia che affascina e ti incolla alle pagine del libro, sia per l'impeccabilità dello stile, sia per il ritmo del romanzo.

L'abilità dell'autore è legata alla sua capacità evocativa, che sa trasmettere, riesce a trasportare il lettore nella Sardegna degli anni 70, ai primi focolai degli anni di Piombo, alle prime urbanizzazioni e allo scempio dei paesaggi naturali.

Trasporta il lettore nei menadri difficili dell'animo umano, nell'invidia, nell'odio, nella sete di vendetta e lo fa con una perfezione che pochi scrittori riescono ad avere.
Vi consiglio di leggere questa saga, iniziando dal primo libro.

Scheda libro
Autore: Marcello Fois
Titolo: Luce perfetta
Casa Editrice: Einaudi
Pagine: 306

Sinossi
"Cristian è intraprendente e deciso, "uno di quegli uomini che, a certe donne particolarmente intuitive, fanno l'effetto di parlare anche quando tacciono". Maddalena è altrettanto tenace, e ha dalla sua la forza di saper immaginare e insieme difendere - il proprio futuro. Sarebbero perfetti l'uno per l'altra, se il loro destino comune non avesse il nome di Domenico. 

Il sentimento che lega Domenico a Cristian "da un punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, ma da quello della linea parentale affettiva è quanto basta per dare senso a una vita intera".

Anche se hanno cognomi diversi, infatti, i due ragazzi crescono come fratelli. E quando - passati i furori dell'adolescenza - Nuoro si organizza per apparecchiare la festa di fidanzamento di Domenico e Maddalena (nel frattempo rimasta incinta), diventa chiaro a tutti che per Cristian non c'è più spazio. Se non fosse che lui è un Chironi, appartiene cioè a una famiglia "sempre caduta in piedi, perché il suo destino è di sembrare lì lì per precipitare, ma poi questo non accade mai". 

Tanto che quando si mette in mezzo Mimmíu - padre di Domenico, zio adottivo di Cristian - diventa evidente che la stirpe dei Chironi è troppo ingombrante per poter essere tollerata. Del resto "non si conosce veramente qualcuno finché non lo si può paragonare a se stessi"... "

giovedì 25 gennaio 2018

Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf


Una stanza tutta per sé
di
Virginia Woolf

recensione di Maria Lucia Ferlisi


Cosa occorre ad una donna per essere libera di scrivere?

"Una stanza tutta per sé e tre ghinee."

Così rispondeva Virginia Woolf, quasi un secolo fa. Nel suo romanzo/saggio così scriveva, ma non solo. Una donna per poter scrivere, deve rompere il muro di omertà e di esclusione, in cui sono state relegate per anni, per dei secoli. Ma non è facile scardinare la cultura, esclusivamente maschile, e poter entrare a testa alta nel mondo della letteratura.
Così scriveva Virginia nel 1929, all'indomani di alcune conferenze tenute in due college femminili,a Cambridge.

Per entrare nel mondo della cultura, non bisogna fare altro che uscire da quella casa che ti vuole sposata e dedicata alla crescita ed educazione dei figli, e scrivere. Esprimere una propria idea, una propria opinione,per costringere la cultura maschile a ribattere e a rispondere. Se l'uomo ci esclude, noi dobbiamo insistere e non arrenderci, per entrare in questo mondo, ne abbiamo le capacità e la responsabilità.

Virginia, con le sue conferenze, con i suoi romanzi e con le sue idee, ha contestato non solo la cultura prettamente maschile del secolo, ma soprattutto quel mondo così ottuso ed austero della cultura britannica, che era più resistente di altre, all'ingresso delle donne in quel mondo letterario di cui pensavano essere i soli detentori.

Virginia non è stata soltanto una scrittrice, ma anche una grande protagonista del secolo, in cui i fervori delle rivendicazioni femminili si facevano sempre più pressanti. Ha vissuto da vicino ed in prima fila tutti gli eventi.

Un romanzo da leggere non solo perché l'autrice è una grande scrittrice, ma perché il romanzo fornisce una visione storica e sociale filtrata dal punto di vista femminile. Una fotografia della condizione femminile nel primo Novecento, che ci mostra ciò che eravamo per riflettere sul cammino compiuto dalle nostre ave, per essere ciò che siamo.

Non dimentichiamo che se oggi siamo "quasi" libere, lo dobbiamo a donne come lei che hanno lottato per affermare l'identità femminile. Se una volta una donna che scriveva veniva derisa, doveva usare dei pseudonimi, o addirittura fingersi uomo, oggi possiamo farlo senza reclusione alcuna.
Abbiamo il dovere di ringraziare questa grande donna, se oggi sono siamo le donne che lei avrebbe voluto essere. Ci fa piacere quindi ricordarla oggi nel 136° anniversario della sua nascita. 

Scheda libro
Autore: Virginia Woolf
Titolo: Una stanza tutta per sé
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 156

Sinossi
"Nell'ottobre del 1928 Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze sul tema "Le donne e il romanzo". È l'occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria. Il risultato è questo straordinario saggio, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, che ripercorre il rapporto donna-scrittura dal punto di vista di una secolare esclusione, attraverso la doppia lente del rigore storico e della passione per la letteratura. Come poteva una donna, si chiede la scrittrice inglese, dedicarsi alla letteratura se non possedeva "denaro e una stanza tutta per sé"? Si snoda così un percorso attraverso la letteratura degli ultimi secoli che, seguendo la simbolica giornata di una scrittrice del nostro tempo, si fa lucida e asciutta riflessione sulla condizione femminile. Un classico della scrittura e del pensiero. "

venerdì 19 gennaio 2018

Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim

Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim
recensione a cura di
Ferlisi Maria Lucia

Elizabeth scopre che tra le varie proprietà del marito, l'uomo della collera, vi è anche un convento, dall'aspetto un po' lugubre, ma circondato da un bel giardino. La casa è lontana da Berlino, la sua vita diventerebbe scialba e noiosa, senza vita mondana o visite di amiche, ma è proprio questo che l'attira, essere liberi da visite non gradite, e da uscite mondane che non ama particolarmente.

La casa ha bisogno di restauri, come pure il giardino, ma anche se ha paura, va ad abitarvi. Vive solo con una domestica, in un luogo con tante stanze dove ogni passo rimbomba e mette timore, lei dorme con un campanello che suonerà in caso di aiuto, sperando che la domestica lo senta.
"È il giardino il posto in cui vado a cercare rifugio e riparo, non la casa. In casa ci sono  doveri e seccature, servitù da esportare e ammonire, mobili e pasti; ma là fuori i doni del cielo mi si affiancano attorno a ogni passo...,è là che mi rammarico della cattiveria che c'è in me, di quei pensieri egoisti, che sono molto peggiori di quanto sembri"

Il romanzo è un tripudio ai fiori ed alla vegetazione, che su sua espressa decisione viene lasciata molto libera, come dovrebbe essere la vita, non ama la predisposizione dei fiori lineare e meticolosa, ama accostare fiori di diverso tipo. Esegue i lavori con l'aiuto di un giardiniere che vuole licenziarsi per non sottostare ai "capricci" di Elizabeth.

In questo giardino a cui ha ridato colori e vita, riceve l'uomo della collera, e le sue bambine che chiama con il nome dei mesi in cui sono nate: Aprile, Maggio e Giugno.
"questo è il mese dei giorni che scorrono quieti, dei rampicanti che si colorano di rosso, e delle more; dei pomeriggi ricchi e dolci nel giardino che raggiunge la pienezza della maturazione; del tè sotto le acacie anziché sotto i faggi, troppo ombrosi; del fuoco acceso in libreria nella serate rigide."
Il romanzo è autobiografico, la pagine  dedicate al giardino sono di una bellezza ed armonia rare. Questa sorta di diario è un insieme delicato ed elegante di riflessioni sulla donna, sulla libertà, sulle condizioni di lavoro così oppressive dei lavoratori. 

La trama scorre gentilmente come la sua protagonista, ma se leggiamo con attenzione, Elizabeth si pone sempre con un atteggiamento "privilegiato", è una donna ricca, abituata alle comodità e tutto ciò che osserva è filtrato da questo atteggiamento aristocratico. Nonostante il suo sguardo altezzoso, il romanzo risulta cosi elegante e splendido che si legge d'un fiato. Un romanzo che non sente il passare del tempo, è stato scritto nel 1898, risulta ancora attuale e decisamente ci pone di fronte a problematiche mai estinte.

Scheda Libro

Autore : Elizabeth von Arnim
Titolo: Il giardino di Elizabeth
Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 144

Sinossi

In fuga dall’opprimente vita di città, l’aristocratica Elizabeth si stabilisce nell’ex convento di proprietà del marito, un luogo isolato e carico di storia in Pomerania. A vivacizzare le giornate della signora ci sono le tre figlie – la bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno –, le amiche Irais e Minora, ospiti più o meno gradite con le quali intrattiene conversazioni brillanti e conflittuali, sempre in bilico fra solidarietà e rivalità femminile, e poi c’è lui, l’Uomo della collera, «colui che detiene il diritto di manifestarsi quando e come più gli piace». Ma soprattutto c’è il giardino, una vera e propria oasi di cui Elizabeth si innamora perdutamente. Estasiata dalla pace e dalla tranquillità del luogo, trascorre le ore da sola con un libro in mano, immersa nei colori, nei profumi e nei silenzi, cibandosi soltanto di insalata e tè consumati all’ombra dei lillà. Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà. Una storia che ha molto di autobiografico narrata da una donna più avanti del suo tempo: una donna di mondo coraggiosa e irriverente che parla a tutte le donne di oggi. Uscito per la prima volta nel 1898 in forma anonima, Il giardino di Elizabeth, primo romanzo di Elizabeth von Arnim, ebbe da subito un successo clamoroso. Presentato qui in una versione integrale fino a ora inedita in Italia, è un romanzo del passato che colpisce per la sua modernità.

martedì 16 gennaio 2018

L'isola dei Demoni di Ilaria Vecchietti

L'isola dei Demoni 
di 
Ilaria Vechhietti
recensione di
Ferlisi Maria Lucia

Elia ha 15 anni, ed  ha un sogno, diventare un guerriero e lottare per difendere Roccia, capitale della Terra. Elia sogna di sconfiggere il Demone Primordiale, ancora non sa che oltre alle armi, bisogna guidare il cuore per comprendere le leggi dell'universo.
Il giovane aspirante guerriero ha già ricevuto il dono della terra, ma non è sufficiente, per essere un guerriero a tutti gli effetti; per questo attraversa la foresta incantata abitata dalle volpi orso, animali alti almeno 3 metri, dotati di una folta pelliccia rossiccia. Riesce anche a dominarne uno che lo stava aggredendo sotto gli occhi increduli di un altro futuro guerriero incontrato lungo il tragitto.
"I taglienti artigli della volpe-orso si fermarono a un soffio dal suo volto mentre continuava a fissare l’animale. Questo inclinò il muso da un lato e rimase qualche istante a osservarlo a sua volta. Poi come se nulla fosse posò le zampe a terra e lentamente ritornò nella foresta, ma prima di scomparire tra i grossi alberi e cespugli si voltò a guardare nuovamente Elia e i due ragazzi notarono una lacrima scendere sul suo muso appuntito. Ha veramente domato una volpe-orso? O è una semplice coincidenza? Chi è questo strano ragazzo? Mille domande si formarono nella mente dello sconosciuto. Sapeva benissimo che un’impresa del genere potevano farla pochi eletti e nonostante l’avesse vista con i suoi occhi non riusciva a crederci, non poteva crederci! Continuando a osservarlo di sottecchi, lo sconosciuto lo affiancò per guardarlo più attentamente. Spiò la sua aura e si meravigliò ancora di vederla così pura come quella di un bambino.
Elia si alzò in piedi sorridendogli compiaciuto di aver salvato l’animale. Poi mettendosi le mani dietro la nuca e intrecciando le dita disse: «Hai visto? Ce l’abbiamo fatta!»."

Finalmente il quindicenne raggiunge Roccia, dove dovrà sostenere diversi esami per raggiungere il quinto livello, il più altro che lo consacrerà Guerriero. Roccia è un labirinto di strade, ma Elia è determinano a raggiungere il palazzo reale dove sosterrà diversi esami. 
Elia riesce a superare le varie prove, a cui viene sottoposto, insieme con altri giovani, riesce anche a beffare una giudicante, con le sue risposte, impreviste, ed lo sguardo che sa guardare oltre il prevedibile. Sa anche essere leale, ed è una delle prove cui i giudicanti tengono molto.

Elia durante le prove conosce una giovane aspirante guerriera, il cui sguardo fiero e sprezzante gli arriva al cuore facendolo innamorare.
Ma non c'è tempo per l'amore a Roccia, si perché l'erede del Demonio è ancora viva e vuole riscattare la sua città, vuole ritornare all'antico splendore, quando i demoni governavano la terra.
"Lei è la Madre di tutti i demoni! Le Antiche Parole narrano che c’è stato un solo demone superiore a lei e in grado di sottometterla, per questo la mia famiglia l’ha sempre relegata all’interno di uno dei suoi membri, senza mai rompere il Sigillo. Nessuno potrebbe controllarla!».
Leandro conosceva bene le Antiche Parole. Era stato il suo maestro a raccontargliele e queste narravano la vera storia di Isola, dall’arrivo degli uomini con i successivi massacri e guerre. Sapeva che Kendraka non era un demone qualunque, si diceva avesse una forza devastante, un’intelligenza straordinaria e che fosse anche in contatto diretto con le Divinità. Con l’arrivo degli umani sulla sua terra – e con ciò che avevano fatto – era diventata però anche subdola, violenta, con un solo scopo nella sua lunga esistenza: vendetta contro il genere umano. Se fosse tornata libera sarebbe iniziata di certo un’altra guerra!"
 Elia e Grigoria entrambi nascondo un passato, entrambi hanno delle capacità straordinarie da sviluppare per diventare ed oltrepassare anche il quinto livello. Devono concentrarsi entrambi per svilupparli. Ma la sete di vendetta di Grigoria riuscirà a cedere alla forza dell'amore? I loro diversi destini sono pronti per unirsi o mettersi l'uno contro l'altro?
            «Per quanto tempo staremo via?» domandò alla fine Elia.
«Tutto quello che servirà. Anni».
Il ragazzo scosse la testa. «No! Non posso andarmene! Prima devo ritrovare Grigoria!».

L'autrice Ilaria vecchietti con la sua scrittura chiara, fluida e precisa ci conduce nei meandri primordiali della terra, quando gli umani si scontravano con le forze potenti della terra, come i Demoni, che da sempre assetati di sangue e vendetta, cercavano di distruggere la Terra. 

La trama è avvincente, incolla il lettore, pagina dopo pagina, a questa storia, ben narrata. La parte descrittiva si sviluppa molto bene, regalandoci immagini e colori precisi, tanto da far sorvolare la fantasia per tutto il tempo della lettura.

Il ritmo è incalzante e avvincente. La scrittura è precisa, attenta e scorrevole.

 Ilaria ha scritto un bel fantasy, complimenti, l'ho letto con piacere.



Scheda Libro
Autore: ILaria Vecchietti
Titolo: L'isola dei demoni
Casa Editrice: Amazon
Pagine: 323

Sinossi

Credete nel destino?
È immutabile o si può cambiare?
Qualunque sia la vostra opinione, sappiate che i destini di un giovane orfano, di una ragazza in cerca di vendetta, del figlio del sovrano del regno, di una principessa esiliata e di un guerriero potentissimo, si intrecciano tra loro e alla profezia più terrificante di Isola.
Riusciranno insieme a svelare i misteri, a portare alla luce la verità e a riconoscere gli amici dai nemici?
E soprattutto sapranno compiere la profezia, salvando il loro mondo e loro stessi?

mercoledì 3 gennaio 2018

La figlia Femmina di Anna Giurickovic Dato


La figlia Femmina di Anna Giurickovic Dato
recensione a cura di
 Maria Lucia Ferlisi


Maria è la figlia femmina di Giorgio e Silvia. Una famiglia rispettabile, elegante ed agiata che vive a Rabat, in una casa grande e sfarzosa messa disposizione del Consolato. La loro è una vita fatta di colore, profumi e storie in un clima arabesco. 

Tutto è perfetto. Una famiglia invidiabile. Nulla può intaccare la felicità di questa famiglia. Eppure qualcosa traspare, dai disegni di Maria, dal suo comportamento ambiguo a scuola. Ma è preferibile non vedere, non accorgersi, non porsi domande. Mai. 

Il suo disagio è evidente, meglio non cercare le cause. Potrebbero intaccare la perfezione. Toccherà alla piccola Maria mettere a posto le cose. Silvia perde il marito, Maria perde il padre. Rientrano a Roma. Silvia è ancora giovane e s'innamora ancora, per questo decide di presentare Antonio alla figlia. Ed ecco che Maria da tredicenne ribelle e problematica diventa una giovane Lolita. 
Perché? 
Cosa è successo a Rabat? 
Quella famiglia perfetta, era veramente tale? 
La madre non si è mai chiesta perché il marito restava così a lungo in camera con la bambina?

 Era davvero all'oscuro di tutto? 

Sarà Maria la piccola protagonista a mettere a nudo la realtà, anche contro la volontà di chi non vuole osservarla e riconoscerla. 

La giovane autrice con questo romanzo ci mostra una realtà dura e lacerante. Il ritmo   incalzante del romanzo è perfetto, e  mostra un'ampia maturità dell'autrice anche se giovanissima. Lo stile fluido ci conduce in quest'angolo del Marocco e di Roma con eleganza. 

Il  lettore rimane colpito dall'uso della scrittura che risulta essenziale, ma al tempo stesso nitida e capace di scavare nei meandri delle menti dei personaggi. 

Viene messa  a nudo la fragilità dell'essere umano nelle situazioni scabrose che preferisce fingere per non vedere, ed assumersi la responsabilità  degli eventi, poco importa se un'anima ne resterà lacerata per sempre.

Scheda Libro
Autore:  Anna Giurickovic Dato
Titolo: La figlia femmina
Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 183



Sinossi

Sensuale come una moderna Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente romanzo d’esordio della giovane scrittrice Anna Giurickovic Dato. 

Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra il padre, Giorgio, e sua figlia Maria, nasconde un segreto inconfessabile. A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio, ma incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. 

Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo mano a mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. 

Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia finalmente si innamora di un altro uomo, Antonio. La cena organizzata dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia, risveglierà antichi drammi, farà sanguinare di nuovo la ferita rimasta aperta. Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutta la sera Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia? 

La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quella abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.

mercoledì 20 dicembre 2017

L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio.


L'Arminuta
 di 
Donatella Di Pietrantonio.

recensione a cura di
Ferlisi Maria Lucia

L'Arminuta si presenta in una casa sconosciuta con i vestiti e scarpe in mano, le apre la porta una ragazzina Adriana, è sua sorella, ma ancora non sanno di esserlo.

La ragazzina da una famiglia agiata, dove vestiva e mangiava bene, si trova, in un freddo mattino, catapultata in un'altra realtà di stenti e miseria, dove si mangiano anche le briciole. La casa è fredda e umida, il letto si divide con una sorella che si fa ancora la pipì addosso, ma non importa, il freddo supera lo schifo e l'abbraccia forte.

Arminuta adesso ha due madri, due padri, due fratelli e due  sorelle. Tutto doppio, ma lei è sola, ed è una ragazzina che non comprende perché nessun adulto ha il coraggio di dirle la verità. Una madre che l'ha partorita, ed una madre che dopo averla accolta l'ha abbandonata. 

Due volte abbandonata.

Come si può accettare questa realtà? Come potrà amare le sorelle, i fratelli e la nuova madre? Quale è il legame che unisce questa figlia alla madre, e quale era il precedente filo che la legava alla madre adottiva? Il cuore di Arminuta è devastato, non sa più chi amare, ma non sa più chi è lei stessa. Il ventre materno è più forte dell'amore di chi ti ha cresciuta? Quale tra i due abbandoni è più doloroso per Arminuta? -Tutte domande che Arminuta si pone, a volte senza sapere la risposta, non le rimane che crearsi una nuova figura in cui cercare di essere almeno se stessa.
"Eppure in certe ore tristi mi sentivo dimenticata. Cadevo dai suoi pensieri. Non c'era più ragione di esistere al mondo. Ripetevo piano la parola mamma 100 volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi ha ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l'altra mi aveva restituita a 13 anni. Ero figlia di separazioni false o taciute, distanti. Non sapevo da dove provenivo. In fondo non lo so neanche adesso."
Un racconto duro, spietato, ma schietto e vero, che mette di fronte due mondi, quello dell'adolescenza con quello degli adulti, quello dei benestanti con quello dei poveri, quello della realtà con quello dell'ipocrisia. Questi mondi che si scontrano e ci mostrano la realtà misera e dura dei sentimenti che devono cercare spazio in questi meandri difficili da accettare

Il linguaggio è duro come dure sono le vite della realtà di alcuni luoghi dimenticati da Dio, dove impera la miseria e i sentimenti si dimenticano sopraffatti dalla ricerca del quotidiano. 

Uno stile impeccabile per una storia amara L'autrice ci regala una storia dolorosa e dura. Un romanzo che riesce ad affrontare argomenti spinosi e delicati;  ed anche tu lettore ti porrai le stesse domande di Arminuta. Anche tu ti sentirai frastornato da questa giostra di sentimenti che non conoscevi. 

Può una madre abbandonare la propria figlia, e la seconda madre può farlo anche lei? Qual è allora l'amore che unisce e lega una madre alla figlia?  Una storia che analizza con rara sensibilità i sentimenti di una famiglia rurale in lotta perenne con le difficoltà più immediate del vivere. 

Un libro ben premiato. 

Un libro che difficilmente dimenticherete.

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Scheda libro
Autore:Donatella Di Pietrantonio
Titolo:L'Arminuta
Casa Editrice:Einaudi
Pagine: 162

Sinossi
Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza».

- Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata. - Ne ho due. Una è tua madre.

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. 

O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.



La lettrice di cartadiMaria LuciaDesign byIole